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Pietro Spirito: Trieste e la memoria del luoghi

Cosa rende un uomo se stesso tra tanti. E una donna proprio quella donna e non un’altra. C’entrano la memoria dei luoghi e delle persone, le loro storie e la coscienza che del proprio passato ciascuno si porta dentro, come preziosi tasselli di un’identità costruita nel tempo e nello spazio dell’esistenza.

Se però un giorno scoprissimo che tutte le nostre certezze non sono che inganni, che la donna che chiamiamo madre in realtà non ci ha mai partoriti, e la terra dove siamo cresciuti non è quella che ci ha visto nascere, probabilmente il suolo sotto ai nostri piedi franerebbe.

Probabilmente non saremmo più in grado di utilizzare gli stessi strumenti con cui fino a quel momento abbiamo attribuito un senso alla realtà d’intorno.

Partendo dalla scoperta di una doppia identità, l’ultimo romanzo di Pietro Spirito affronta la questione del senso di appartenenza dell’essere umano verso le proprie radici, e la lealtà all’idea che di se stesso si è costruito dalla nascita e per tutta la vita. “Il suo nome quel giorno” (Marsilio editore) ha un carattere ambivalente: storico e documentaristico da una parte, profondamente intimista dall’altra. La melodia narrativa è un valzer di tre protagonisti che gira senza fretta tra presente e passato, quello duro delle terre di confine, di Trieste e dei campi profughi della Venezia Giulia negli anni ’60.

Emozioni inattese, resuscitate a piccoli sorsi da un’ecatombe di memorie sacrificate per eccesso di dolore, o soffocate nella vergogna. «Un viaggio nella follia del nostro tempo – scrive l’autore –, un’era di identità sottratte, radici divelte, anime promiscue dalle prospettive future ingannevoli e incerte».

La storia è quella di Giuliana Striano, nata a Roma il 15 gennaio 1960, figlia di immigrati italiani che vive in Sudafrica «secondo tempi, modi, lingua e consuetudini dei bianchi in Sudafrica». Ma anche di Giulia Vogric, registrata all’anagrafe di Trieste il 3 settembre 1961, «figlia di profughi fuggiti da un regime comunista, cresciuta non si sa dove e ufficialmente scomparsa all’età di diciotto anni, e da allora, per l’anagrafe italiana, dichiarata irreperibile”. Una doppia identità scoperta tardi, quando Giuliana ha già un matrimonio fallito alle spalle e una figlia ancora piccola da crescere.

Impossibile per lei fare finta di niente: intravista la verità, il bisogno di svelarla diviene insopprimibile e allo stesso tempo irrisolvibile, a meno di essere disposta a rompere la quiete della quotidianità sudafricana per raggiungere Trieste e rinvenire la tumultuosa sostanza della propria genesi. È Giulia a sentire l’urgenza di conoscere la verità attraverso i fantasmi e le incarnazioni ancora viventi di un passato che le è completamente conosciuto. Vuole incontrare sua madre di persona, anche se le conseguenze potrebbero non essere quelle desiderate.

Vera, la madre biologica che l’ha abbandonata quarant’anni prima, preferendo rinnegare anche solo l’ipotesi di una vita condivisa. Eppure Giulia/Giuliana vuole sapere se, adesso che si sono ritrovate, madre e figlia possano coesistere almeno per quel che resta del futuro.

Come uno spirito malinconico e irrequieto, l’identità risvegliata di Giulia si aggira tra le righe del romanzo contaminandone le trame e i protagonisti paralleli, in modo particolare il narratore/traghettatore Gabriele, impiegato archivista alla Cassa pensionistica dei marittimi che in un giorno di lavoro qualunque riceve una mail e decide di aiutare Giuliana ad incontrare prima Vera poi Giulia, l’altra metà di se stessa.

Dall’intreccio inatteso dei loro destini emergerà il desiderio di Giuliana di scoppiare la bolla di bugie dentro cui è sempre vissuta, ma anche quello di Vera di costruirsene una per proteggersi dai rimorsi di una gioventù reietta, emarginata oltre ai confini di un campo profughi della Venezia Giulia.

Ancora, un’ombra schiva e borbottante si affaccia dalle pagine del libro. È quella del vecchio Jože, che entra a far parte dei protagonisti celebrando con silenziosa devozione la memoria della sua famiglia; una memoria avvilita e schiacciata in mezzo a poche cose infilate in fretta e furia dentro una valigia, abbastanza leggera da poterla trasportare a mano, quando con suo padre e sua madre dovette abbandonare casa per avventurarsi a piedi verso il nulla della fuggiascheria.

Di carattere storico, “Il suo nome quel giorno” è un romanzo fortemente contestualizzato nella realtà triestina. Così scrive l’autore: «Nel secolo successivo alla guerra di Crimea, o meglio dalla guerra di Crimea fino alla morte di Stalin, e cioè negli anni compresi tra il 1853 e il 1953, circa trenta milioni di persone, in Europa, sono state espulse, deportate o costrette a emigrare. Una massa di correnti umane con epicentro nell’Europa centro-meridionale, quella terra di mezzo divisa fino alla Prima Guerramondiale fra gli imperi zarista, tedesco, austroungarico e ottomano…» alle cui propaggini sud-occidentali Giulia/Giuliana incontra il narratore/traghettatore Gabriele.

È proprio riaccendendo la memoria dei luoghi che si rinfocolano anche i sentimenti più viscerali dei protagonisti. La rabbia e il desiderio di riscatto di Vera verso lo squallore delle baracche del campo; l’intimo abbraccio dei boschi davanti alla casa solitaria di Gabriele; la galleria del Passo Ljubelj dove Jože, in mezzo al fango e alla massa di fuggiaschi, ancora bambino vide morire sua madre.

Oggi quel passo è un moderno corridoio stradale indistinguibile da qualsiasi altro, se non fosse per la memoria che si porta dietro. «Settantamila persone tra profughi civili, sbandati tedeschi, domobranci, russi erano ammassate nei campi agricoli intorno a Viktring.

Era difficile capire chi fosse amico e chi nemico, chi prigioniero e chi libero.

Era come se l’ordine del mondo si fosse sfarinato in una moltitudine indistinta di granelli grigi sotto la spinta di un’energia misteriosa».

(Intervista completa sul numero di aprile -giugno 2019 di Nuova Antologia)